C’è un bimbo che ha chiesto troppo tardi come funziona il mondo, ma intanto strani ingranaggi lo intrappolano nella loro avaria affamata di risorse. Così il piccolo prova a montare e smontare la realtà coi suoi strumenti come se tutto intorno a sé fosse un prefabbricato. Ma, candido e capace di giungere all’essenza delle cose, si impiglia nel loro fatuo rincorrersi e apparire.
Fugge al caleidoscopio di automatismi che lo voleva incastrare e prova a farsi una vita. Scopre, così, che per salvarsi dall’orrore della competitività, dalla frenesia del controllo del suo tempo, deve ancora lottare: ecco Chaplin alle prese con uno sciopero: vale a dire che, in una realtà deprivata (o addirittura depravata) nella sua autentica ricchezza, l’uomo deve non lavorare per non cader vittima della povertà, perché, nella fabbrica dei consumi e del prodotto anonimo, il lavoro sembra piuttosto d’ostacolo.
È un incontro che accende la miccia della sua libertà: il vagabondo incontra la monellla Paulette Goddard, di cui Tempi moderni sigla il sodalizio sentimentale e artistico con il grande artista statunitense. Vale a dire che l’intuito aveva già colto il malessere e le sue ragioni, ma l’altro dà a questa visione di una realtà distorta un sapore unico, accende la voglia di vita di indipendenza, o, ancor più, di libertà.
Ma se l’uomo industriale, schiacciato da una maldestra energia, dalla sua stessa malintesa manovalanza, ha perso il senso del suo proprio lavoro in una filiera produttiva che guarda al consumo e al guadagno, è anche vero che, fuori dalla fabbrica, il mondo si è arreso alla passività cui lo costringono il lavoro e i suoi frutti. Tutto ha il colore, le forme, la dinamica di un ingranaggio ineludibile, cui non si può sfuggire, se non con l’arte, con l’inventiva. È così che, nella celeberrima scena cantata, quella della Titina, una coreografica anitra all’arancia da tempo attesa veleggia su una danza i cui movimenti sono insieme una gioia e una resa alle correnti di una massa appena controllata dal ritmo della musica, in una specie di prova d’orchestra per uno spettacolo che ancora risuona alle nostre orecchie.
Charlot sembra in effetti contrapporre a quella da cui fugge una catena di montaggio della felicità. Solo che, al posto dell’ovvia specializzazione dei movimenti e della biologia addomesticata e funzionale, l’uomo scopre se stesso e, in se stesso, il rischio e l’avventura della vita, danzata pattinando piuttosto sull’orlo di un precipizio che spaventa solo quando lo si razionalizza.
Charlot non ha un curriculum, va in giro con una lettera di presentazione per la sua umanità. Niente che non sia il suo animo ingenuo gli si può riconoscere, e niente che non sia la sua inspiegabile fiducia nel futuro gli regala almeno un domani, un’alba in più. D’altra parte, è certo che il giorno nuovo alluso dal finale è lontano dalla metropoli esasperante che non l’ha capito. Forse le colline davanti a lui sono pronte a ospitare una nuova comunità; certo, il vagabondo e la monella si avviano, sicuri, a fondare un posto più umano.
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